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Position Paper Isde Italia Cambiamenti climatici, salute, agricoltura e alimentazione – V Parte

Cambiamenti climatici e migrazioni

La variabilità e le modificazioni climatiche comportano effetti ambientali negativi sia a breve- (eventi meteorici estremi, siccità) che a medio-lungo termine (riduzione della frequenza delle precipitazioni, aumento del livello del mare, riduzione della fertilità del suolo, migrazione di specie animali essenziali per soddisfare il fabbisogno alimentare in specifiche aree geografiche). Tutto questo può causare, oltre ai danni sanitari descritti in precedenza, fenomeni di migrazione a breve o lungo raggio anche dovuti a perdita di suolo utilizzabile o di proprietà private presenti nelle aree colpite.

La International Organization for Migration (IOM) definisce i “migranti ambientali” come “persone o gruppi di persone che, per motivi importanti legati a modificazioni ambientali improvvise o progressive che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le proprie case o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, spostandosi all’interno del proprio paese o all’estero”.

Il numero di persone potenzialmente soggette a migrazioni forzate a causa delle modificazioni climatiche entro il 2050 è difficilmente calcolabile. Secondo alcune valutazioni previsionali varierebbe tra 50 milioni e un miliardo [53, 54].

Uno studio recente ha esaminato le richieste di asilo in Europa da 103 diversi Paesi di origine tra gli anni 2000 e 2014, calcolando che le variazioni climatiche hanno causato, nel periodo considerato, una media di 351.000 richieste di asilo all’anno, seguendo una relazione statistica non-lineare con le variazioni di temperaturaSecondo gli Autori questo fenomeno avrà andamento crescente entro il 2100, con incrementi annuali stimati tra 4.5% e 188% (660.000 richieste addizionali per anno) a seconda della gravità dei possibili scenari futuri, per variazioni della temperatura comprese tra +2.6°C e +4.8°C [55].

Il World Bank Group ha stimato che il riscaldamento globale trasformerà più di 143 milioni di persone, prevalentemente provenienti dall’Africa sub-Sahariana, dall’Asia meridionale e dall’America Latina, in “migranti climatici” a causa dei danni all’agricoltura, della siccità e dell’aumentato del livello dei mari. Secondo gli Autori del report del World Bank Group, la rapida applicazione di soluzioni utili a ridurre le emissioni di gas clima-alteranti potrebbe ridurre complessivamente il flusso di migranti climatici dell’80%.

Un recente rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Climate and Health Country profile – Italy, 2018), ricorda come l’Italia sia fortemente interessata dal fenomeno delle migrazioni e che “in meno del 10% i migranti si qualificano come rifugiati, in quanto nella maggior parte dei casi si tratta di migranti economici e climatici, che si spostano da aree caratterizzate da siccità e desertificazione”.

Le migrazioni causate dalle variazioni climatiche, influendo sia sui livelli di vulnerabilità che su quelli di resilienza, possono comportare effetti sanitari positivi o negativi (malattie infettive, malattie non trasmissibili, sicurezza alimentare) e conseguenze sul benessere sia delle popolazioni migranti che di quelle che le accolgono[58]. Ad esempio, alcune comunità “riceventi” potrebbero essere esposte a malattie infettive per le quali hanno una limitata copertura immunitaria o, al contrario, poiché i rischi sanitari da cambiamenti climatici assumono connotazioni diverse in diversi contesti geografici (ad esempio aree densamente urbanizzate), popolazioni migranti potrebbero dover fronteggiare nuovi rischi propri dei contesti di destinazione. È anche possibile che le popolazioni migranti possano contribuire, nel medio-lungo termine, a ridurre il grado di vulnerabilità delle popolazioni che le accolgono agendo positivamente sia in termini di variazioni strutturali demografiche (ad es. riduzione età media, aumento tassi di natalità, riduzione indice di dipendenza strutturale) che di traslocazione di capacità e know-how (ad es. buone pratiche agricole, esperienze di resilienza maturate in altri contesti).

È dunque necessario modificare e rafforzare i meccanismi di cooperazione internazionale e i sistemi sanitari nazionali al fine di agevolare i “flussi di resilienza”(capacità di un sistema di adattarsi al cambiamento) generati dalle variazioni climatiche e l’inclusione dei migranti, riducendo per tutti i livelli di rischio sanitario e utilizzando adeguati ed efficaci modelli di assistenza ma anche misure di prevenzione primaria.

Isde Italia

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